La colonna di San Martiniano al Verziere e la ‘ruvida’ colonna
La Colonna di San Martiniano al Verziere, appunti per una storia, tra XVI e XXI secolo.
L’antico Verziere, Verzarium, Viridarium medievale, occupava l’area della odierna piazza Fontana, al limitare del Palazzo Arcivescovile; in seguito, il termine andrà ad indicare anche l’ampio spazio a ridosso della medievale Porta Tosa, oggi largo Augusto, divenendo sede del più noto mercato cittadino, ricordato infatti come di Porta Tosa, di San Martiniano o semplicemente del Verziere. Se la storia della Colonna del Verziere, così come la conosciamo oggi, inizia verosimilmente intorno al 1580, Serviliano Latuada (II 1737, pp. 40-41), in parte riecheggiando le parole di Carlo Torre (ed. 1674, p. 333), riferiva dell’esistenza di un precedente monumento, definito “ruvida colonna”, eretto pochi anni prima, all’epoca di San Carlo Borromeo, secondo lo storico milanese poi demolito per far posto ad una nuova e più magnifica colonna.

Molta documentazione relativa alle fasi di vita della colonna tra XVI e XVII secolo è conservata non solo presso l’Archivio Storico Civico del Comune di Milano (d’ora in poi ASCMi), ma è anche presso l’Archivio di Stato di Milano (d’ora in poi ASMi), in particolare nella busta 1479 di Amministrazione del Fondo di Religione, Confraternite Comuni Milano CC. SS. Croce in P.ta Tosa e P.ta Vercellina, nel fascicolo intitolato “Erezione della colonna di Porta Tosta sul Verziere”, ma anche in quello relativo, più in generale, alla Confraternita: si tratta di documentazione forse estratta e raccolta in occasione delle ricerche operate, nella seconda metà dell’Ottocento, dall’archivista e storico milanese Pietro Ghinzoni che aveva dedicato alla storia della colonna una prima poderosa monografia raccogliendo informazioni attraverso la lettura dei documenti d’archivio come da lui stesso dichiarato.
Secolo XVI
La colonna stazionale del Verziere fu costruita per volontà della Veneranda Scuola della Santa Croce dei Dodici Apostoli di Porta Tosa. La Confraternita fu istituita nel settembre del 1579 presso la parrocchia di Santo Stefano in Brolo; veniva unita, a seguito della visita pastorale dell’arcivescovo, alla Confraternita che aveva la cura della cappella di San Job, sempre in Santo Stefano. Già a partire dal 1580 – e ancora nel 1582 – la Scuola della Santa Croce chiedeva all’arcivescovo la facoltà di poter raccogliere, per mezzo delle indulgenze, le elemosine al fine di finanziare sia la riqualificazione della cappella di San Job con una serie di dipinti, sia l’erezione della croce stazionale, “compreso gli ornamenti et ferrata intorno”, avendo la stessa Confraternita già affrontato un’ingente spesa per porre il “fondamento” della colonna, secondo il “modelo et disegno già stabilito”, in luogo “amplo et spacioso”, ovvero lo spiazzo di fronte a Porta Tosa, oggi Largo Augusto. Le suppliche venivano rinnovate ancora nel 1586 sempre per raccogliere le elemosine “anco per dar compimento alla fabbrica della colonna per erigere con la santa Croce sopra detto corso [di Porta Tosa] come in breve si spera”. Intanto già nel dicembre 1580 la Confraternita – rappresentata dai confratelli Gabriele Rho, Baldassare Pellarati e Melchiorre Scaсcabarozzi – aveva stipulato un contratto (convenzione del 22 dicembre 1580) con Giovanni Domenico e Michele Scala (de Scallis) per procurarsi il prezioso materiale, compresa la grande colonna in pietra di Baveno che tuttavia, una volta giunta a Milano attraverso il naviglio, rimase inutilizzata a terra per molto tempo (Della Torre, Schofield 1994, pp. 212, 214, 218; si veda ASMi, Amm. F. R. b. 1479 dove sono presenti documenti relativi alla vertenza insorta negli anni 1582-1583 tra la Confraternita e Giovanni Domenico e Michele Scala).
Se non è possibile confermare che l’impostazione iniziale del monumento fu ideata dall’architetto Pellegrino Tibaldi, come riportato da Serviliano Latuada e prima di lui da Carlo Torre (1674, p. 333: “una di quelle fatte innalzare da San Carlo […] già cominciata da Pellegrino Pellegrini [Tibaldi]” e terminata, “in quest’anno”, da Gian Domenico Richini), è però noto che il collaudo delle opere fino a quel momento eseguite fu affidato all’ingegnere collegiato Giovanni Battista Lonati (Ghinzoni 1887, p. 11; Grassi, 1966, p. 207; Ghinzoni 1887, pp. 11-12, citando un documento in ASCMi del 5 novembre 1859, riferisce che nel corso del restauro del 1859 fu rinvenuta all’interno della struttura una targa commemorativa che recava una croce e la data 1581). Durante questi anni, Pietro Ghinzoni riferiva quindi di una forzata interruzione del cantiere ad opera delle autorità cittadine, a motivo di irregolarità e mancanza di permessi necessari per l’occupazione del suolo pubblico; sempre lo studioso milanese riferiva che in questa occasione una parte di quanto era già stato costruito veniva parzialmente demolito (Ghinzoni 1887, pp. 14-15).

Secolo XVII
Proprio per far fronte a queste difficoltà e nella necessità di riprendere i lavori interrotti, nel 1604 i confratelli della Santissima Croce inviavano una supplica al Senato di Milano affinché venisse loro concesso il regolare Privilegio Reale per poter legittimamente innalzare la colonna (la Patente del Senato giungeva il 15 maggio del 1604). Ciò avveniva, non senza grandi difficoltà, dalla Corte di Spagna, con l’emanazione di un Diploma datato 22 novembre 1607. Grazie all’interessamento del nuovo Governatore dello Stato di Milano, Juan Fernàndez de Velasco e forti del Privilegio reale ottenuto, nel 1611 il lavori poterono finalmente riprendere con il concorso e la consulenza del capo-mastro Cesare Arano e degli ingegneri-architetti Aurelio Trezzi e Tolomeo Rinaldi a cui furono commissionate, presumibilmente, sia la ricostruzione del piedistallo sia il tanto atteso innalzamento della colonna (Repishti 2007, p. 144). Il 9 maggio del 1611, dunque, veniva così eretta la colonna alla presenza del Governatore spagnolo che assistette alla difficile operazione, forse ospitato nel vicino Palazzo della Contessa Ottavia Trivulzio. A completare l’opera mancava dunque solo il coronamento con la croce e quindi la realizzazione della scultura.
Un’acquaforte presso la Raccolta Bertarelli di Milano (Miscellanea Trivulzio, inv. R.C.) documenta bene il livello dei lavori a cui si era giunti fino a quel momento. La stampa è firmata da Andrea Biffi, in qualità di incisore, e da Gian Domenico Richino, in qualità di inventore del disegno. Il disegno è poi accompagnato da didascalie in cui veniva evidenziato “quello, che al presente devesi fare per compire tutta l’opera”. Si trattava quindi di realizzare sia il basamento della scultura che la scultura stessa raffigurante Cristo Redentore, il quale a sua volta avrebbe retto una grande croce apicale, per un totale, in altezza, di circa 10 braccia milanesi. Il Cristo Redentore in ceppo gentile fu realizzato presumibilmente dagli scultori Giuseppe e Giovan Battista Vismara, si dice su disegno di Francesco Maria Richini, e innalzata grazie all’intervento dell’ingegnere-architetto Giovanni Domenico Richini. Il nome di Giovan Battista Vismara, scultore di camposanto di Milano, compare nel contratto che la Confraternita stipulava nel 1670 con il “taliaprede” Giacomo Salvadore. Nel contratto, forse memore delle controversie avute in passato coi Della Scala, la Confraternita chiedeva al Salvadori di impegnarsi a “condure un pezo di saso di gepo ala riva del navilio cioè vicino alla croce di Porta Tosa” con l’indicazione che questa pietra sarebbe poi stata quadrettata, cioè preparata, per essere scolpita da persona perita (plausibilmente dai Vismara; l’ultimo acconto versato dalla Confraternita al Salvadori è datato 3 ottobre 1673, quindi dopo la fine dei lavori: ASMi, Amm. F.R., b. 1479).
La colonna veniva finalmente inaugurata il 27 agosto 1673 alla presenza del cardinale arcivescovo di Milano Alfonso Litta, con la partecipazione delle varie Congregazioni della Croce della città. Carlo Torre (ed. 1674 p. 333) che pubblica la sua Guida di Milano nel 1674 la dice infatti “terminata in quest’anno” e riferisce al Richino la sola “erezione dei suoi ornamenti” (Bianchi Janetti 2014, cat. 1271, pp. 333-334). Nella Gazzetta della Reggia Ducal Corte di Milano del 30 agosto 1673, veniva così ricordato l’evento che si svolse alle ore 22 di sera, alla presenza dell’Arcivescovo Litta: “Havendo S. Carlo di gloriosa memoria erette ne compiti della città moltissime croci di rigguardevoli disegni, per eccitare i fedeli alla divotione e pietà, tra queste era rimasta imperfetta quella dello spatioso corso di Porta Tosa di bellissima struttura, la quale essendosi finalmente ridotta, per opera d’alcuni divoti a perfettione, Domenica sulle 22 hore quest’Eminentissimo Signor Cardinale Litta Arcivescovo fu a fare la funtione di benedirla Pontificalmente […]” (ASMi, Amm. F. R. b. 1479).
Secolo XVIII
Già ad inizio XVIII secolo abbiamo notizia di primi significativi restauri al monumento. La Confraternita, il 13 marzo 1727, faceva di nuovo richiesta di poter raccogliere il denaro necessario, stimato in 500 scudi, per “rifare la scalinata che resta al piedistallo della detta Santa Croce”. È possibile che in tale frangente si sia provveduto anche alla risistemazione della recinzione lapidea e alla riqualificazione dell’alto basamento dalle fattezze tardo-barocche (ASMi, Amm. F.R., b. 1479, Ghinzoni 1887 p. 52; Rossi 1996, p. 217). Anche dopo la soppressione della Confraternita avvenuta nel 1784, la Colonna del Verziere continuò ad essere preservata. Non seguì infatti il destino di molte altre colonne stazionali cittadine, demolite in favore di una migliore e più moderna viabilità cittadina. Queste opere di miglioramento urbanistico furono inaugurate, in piena epoca Giuseppina, dalle ordinanze municipali emanate nel 1786 a seguito di una dettagliata relazione dell’architetto Leopoldo Pollack (ASMi, Autografi, b. 86: ovvero la relazione dell’architetto Leopoldo Pollack del 21 giugno 1786).

Secoli XIX-XX
Un nuovo e radicale intervento di restauro avveniva negli anni tra il 1858 e il 1859. Nel 1860 il Consiglio Comunale, in capo il sindaco di allora Antonio Beretta, deliberava, in occasione del dodicesimo anniversario, di dedicare la colonna – ribattezzata dal quel momento Colonna della Vittoria – ai martiri delle Cinque Giornate di Milano. A tale scopo vennero, di lì a poco, inserite alla base del monumento le lapidi bronzee con i nomi dei 352 caduti delle Cinque Giornate di Milano (Forcella X 1892, p. 204, n. 242). In seguito, nel 1894, invero dopo molti ritardi e travagliate vicende costruttive, veniva inaugurato il nuovo Monumento alle Cinque Giornate, grandiosa opera di Giuseppe Grandi in forma di obelisco, posta ancora oggi nella piazza omonima, anch’essa di recente fatta oggetto di un complesso restauro da parte del Comune di Milano.
La colonna, come ci è giunta fino ai nostri giorni, si presenta come una struttura assai articolata: un’ampia gradinata conduce ai quattro lati della base monumentale. La base è costituita da quattro prospetti a mo’ di altari, costituiti da altrettante mensole modanate sorrette agli angoli da elementi a volute e riccioli, preludendo ad un ulteriore zoccolo modanato. La colonna, dal profilo slanciato, sorregge in alto un capitello corinzio a sua volta reggente una complessa piattaforma assai sporgente, su cui è posta la statua del Redentore. La scultura che vediamo oggi è una copia in bronzo della scultura in ceppo ed è stata messa in opera sulla colonna nel 1927. La scultura originale realizzata in ceppo gentile, assai ammalorata e corrosa, si trova oggi nella piazza d’arme del Castello Sforzesco di Milano (inv. 1173 scultura lapidea, misure 332x120x85 cm ca).
La ‘ruvida colonna’
Nel 2017, in occasione dello smontaggio e restauro della colonna avvenuta per i lavori di M4, venne alla luce, inglobata nel basamento della colonna, una struttura costituita da una base in grossi conci di pietra e dalla porzione inferiore di una colonna in ceppo gentile. È possibile che così si presentasse la colonna principiata, come riferiscono i documenti, a ridosso del 1580, e terminata nella sua prima fase, alla ripresa dei lavori, entro il 1611. L’aspetto grossolano e senza finiture, quasi un manufatto non finito, ha fatto pensare a quella “antica ruvida colonna” citata dal Latuada (II 1737, pp. 40-41) come la più antica struttura innalzata per volere di San Carlo in occasione della pestilenza del 1576, “alla testa del Corso […] ad insinuazione [= su suggerimento] di Padre Girolamo Corti”, frate di San Francesco Grande in Milano (Dallaj 1983, p. 530). Lo storico milanese dichiarava che tale notizia, riportata dalla cronaca della Congregazione, gli era stata riferita da Padre Cermenati, già Priore Generale della Confraternita della santa Croce, in seguito curato di San Carpoforo. Sempre secondo l’erudito milanese, essendo questa Confraternita frequentata da confratelli “dotati di pietà e di poderi”, fu deciso di demolire quanto costruito e fare posto ad un nuovo e più eminente monumento, ovvero la colonna odierna che chiamiamo di San Martiniano o del Verziere o di Porta Tosa.

Bibliografia
ASMi = Archivio di Stato di Milano; Amm. F.R. = Amministrazione del Fondo di Religione.
ASCMi = Archivio Storico Civico di Milano
Torre, Il ritratto di Milano, Milano (I ed. 1674), p. 333.
Latuada, Descrizione di Milano, ornata di molti disegni in rame delle Fabbriche più cospicue che si trovano in questa Metropoli, Milano, Vol. II, 1737, pp. 40-42.
Pirovano, Nuova Guida di Milano, Milano 1822, p. 256.
Ghinzoni, La colonna di Porta Vittoria in Milano. Notizie raccolte su documenti d’archivio, Milano 1887 [Estratto dall’Archivio Storico Lombardo, a. XIV, fasc. 1 (1887), pp. 85- 149].
Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, dal secolo VIII ai giorni nostri, Vol. X, Milano 1892, p. 204, n. 242.
Romussi, Dalla colonna di Porta Vittoria al monumento di Grandi, in Le Cinque Giornate, Milano 1898.
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